Sinofagia

Xueting C. N

Traduzione: Giulia Massellucci

Illustrazione copertina: Lucrezia Viperina


Le paure possono assumere forme molto diverse: possono nascere dal timore di dover affrontare l’esistenza in un ambiente sconosciuto o in una situazione percepita come diversa, oppure dalla paura che qualcuno possa oltrepassare i confini degli spazi che consideriamo protetti e familiari. Il timore di fallire e di non possedere le capacità necessarie; quello di essere esclusi dalla società, di venire interpretati in modo errato, di non ricevere attenzione o ascolto. A queste paure si aggiunge quella legata alla propria incolumità, che può manifestarsi perfino in luoghi e situazioni che, per loro natura, dovrebbero trasmettere sicurezza. Se ciò che consideriamo minaccioso dipende in larga misura dalla sensibilità individuale, non esiste tuttavia alcun motivo per provare vergogna di fronte alla paura.

sinofagia

Da sempre trovo particolarmente interessante il modo in cui la cultura cinese ha elaborato l’horror, proprio per la sua marcata originalità. Nella tradizione occidentale, gran parte dei racconti legati all’orrore assume la forma di una storia con una funzione di ammonimento. In Cina, invece, si è sviluppata una lunga tradizione narrativa caratterizzata da un’impostazione quasi documentaria e cronachistica: si tratta dello zhiguai, letteralmente i «racconti dello strano», un genere nel quale eventi storici, leggende popolari e semplici dicerie finiscono per intrecciarsi.

Il carattere sincretico delle credenze cinesi ha inoltre prodotto una concezione particolare di spiriti e fantasmi. Queste figure non venivano necessariamente considerate malvagie o estranee alla realtà naturale; al contrario, erano percepite come elementi appartenenti all’ordine del mondo e dotati di un loro specifico ruolo. Il pericolo nasceva piuttosto quando tali entità venivano disturbate, quando il loro equilibrio veniva compromesso o quando gli esseri umani oltrepassavano determinati limiti. Se in Occidente l’horror ha goduto di una lunga e diffusa popolarità, in Cina, per molto tempo, sembrava invece che nessuno desiderasse essere identificato con la produzione di storie horror, soprattutto quando queste erano associate allo splatter, alla violenza fine a se stessa e agli eccessi tipici delle produzioni di serie B.

La raccolta “Sinofagia”, edita in Italia da Add editore, nasce con l’intento di mostrare al lettore la ricchezza e la varietà dell’horror cinese, insieme alle paure che lo attraversano. Il genere, tuttavia, è ancora in una fase di transizione dopo un lungo periodo durante il quale ha fatto un uso massiccio di elementi splatter e di modelli riconducibili ai B-movie. Di conseguenza, sia il modo in cui l’horror viene percepito sia le modalità con cui viene rappresentato nella cultura cinese continuano a presentare diversi aspetti problematici, che emergono persino nella definizione stessa del genere. I racconti dell’orrore permettono di sottoporre a esame le paure e le inquietudini di una comunità e, proprio per questo, costituiscono uno strumento prezioso per comprenderne la società. Al centro dell’horror, infatti, si trova sempre la natura umana. Attraverso queste storie possono affiorare i nostri errori, le nostre fragilità, la nostra capacità di essere crudeli o egoisti: aspetti dell’esistenza che spesso preferiamo ignorare o fingere che non esistano. Eppure, soltanto riconoscendoli e confrontandoci con essi possiamo trovare il modo di cambiare, crescere, migliorare e porre dei limiti ai nostri comportamenti. L’horror, dunque, parla tanto delle minacce che percepiamo nel mondo esterno quanto di quelle che portiamo dentro di noi. Racconta ciò che ci terrorizza negli ambienti che ci circondano, ma anche ciò che può inquietarci quando siamo costretti a confrontarci con noi stessi.

La società cinese è caratterizzata da una straordinaria varietà di realtà, tradizioni, consuetudini e problematiche regionali che spesso non raggiungono il pubblico occidentale, nascosti dietro l’immagine semplificata di una presunta «cinesità» uniforme. Ma se date un’occhiata ad una cartina geografica vi renderete subito conto dell’estensione di questo paese. I testi raccolti in Sinofagia” permettono di incontrare paure differenti e talvolta contrapposte: quella delle città nei confronti delle campagne e quella delle campagne nei confronti delle città; il timore con cui la tradizione guarda alla modernità e, allo stesso tempo, l’inquietudine con cui la Cina contemporanea si confronta con il proprio passato. Sinofagia restituisce così l’immagine di una società ancora impegnata a elaborare le conseguenze di una storia recente segnata da guerre, invasioni e rivoluzioni. È una società che conserva inoltre un rapporto profondo con una terra che non è sempre stata ospitale e con una memoria collettiva nella quale sono ancora presenti i pericoli rappresentati da alluvioni, carestie e altre catastrofi che hanno interessato la pianura considerata la culla delle origini cinesi.

Da questo intreccio nasce un immaginario horror fortemente legato ai diversi territori. Le montagne del Sud e dell’Ovest, caratterizzate dalla presenza di numerose etnie, costituiscono uno degli esempi più significativi. La spettacolare catena montuosa di Zhangjiajie, nello Xiangxi, può trasformarsi in un ambiente allo stesso tempo magnifico e inquietante, offrendo lo scenario ideale per lo sviluppo di una sorta di «gotico cinese». Parallelamente, anche le nuove «montagne» costruite dall’uomo – le immense strutture di vetro e acciaio nate con l’espansione urbana – sono diventate un elemento fondamentale dell’immaginario letterario del XXI secolo. Attraverso di esse la narrativa contemporanea affronta gli orrori concreti che caratterizzano la vita quotidiana.

Nei testi raccolti in Sinofagia emerge quindi il ritratto di una società contemporanea attraversata da numerose inquietudini: le differenze tra le classi sociali, la distanza sempre più evidente tra mondo rurale e realtà urbana, la crisi dell’abitazione, le questioni biopolitiche e il senso di estraneità prodotto dalla vita nelle grandi città. A tutto questo si aggiungono la crescente pressione esercitata dall’economia dei consumi e le condizioni sempre più opprimenti imposte dal mercato del lavoro, fattori che finiscono per influenzare profondamente sia le imprese sia la vita delle famiglie. In questo senso, la narrativa horror può anche diventare un modo per confrontarsi con le esperienze dolorose e con i traumi. Entrare, attraverso la finzione, in una storia capace di suscitare paura e riuscire poi a uscirne, almeno relativamente, indenni può trasmettere un senso di speranza.

Hong Niangzi

Le origini dello xiaoyuan jingsong, cioè dell’horror ambientato negli spazi universitari, sembrano affondare nelle più antiche tradizioni della narrazione orale. La sua diffusione in forma moderna iniziò soprattutto negli anni Novanta, quando questo genere cominciò a circolare sulle bacheche elettroniche e nei forum online dedicati alla narrativa dell’orrore. Il fenomeno si sviluppò ulteriormente all’inizio del XXI secolo, parallelamente alla crescita dell’industria cinematografica cinese e al rinnovato interesse per alcune festività tradizionali, tra cui lo zhongyuan, il cosiddetto «mese dei fantasmi». In questo contesto si assistette alla produzione di un numero sempre maggiore di film horror ambientati in università. Una delle leggende racconta di uno spirito che assume l’aspetto di una giovane donna. Secondo la storia, la creatura appare agli uomini che si trovano a camminare da soli durante una giornata piovosa e rivolge loro un sorriso prima di condannarli con una maledizione. Da quel momento la vittima rimane costantemente bagnata, dalla testa ai piedi, e ovunque passi lascia dietro di sé una traccia d’acqua. Il vero orrore, tuttavia, si nasconde nelle conseguenze della maledizione. Quell’acqua non proviene dall’esterno: il corpo della vittima comincia progressivamente a perdere una quantità enorme di liquidi, fino a esserne completamente privato. Alla fine l’uomo si prosciuga e il suo corpo si trasforma in una sorta di mummia.

Ancora più inquietante è la leggenda dell’ombrello rosso. Si narra che, durante una giornata di pioggia, una ragazza stesse attraversando la strada riparandosi sotto un ombrello di quel colore. A un certo punto si accorse che l’acqua che ne scendeva non era più trasparente: le gocce avevano assunto l’aspetto e il colore del sangue. La giovane cercò disperatamente di abbandonare l’ombrello, ma non ci riuscì. Il manico sembrava infatti essersi attaccato alla sua mano e, come se fosse penetrato sotto la pelle, aveva iniziato a succhiarle via la carne e il sangue. Alla fine della ragazza non rimasero che le ossa, che furono inghiottite dal fango. Dell’ombrello rosso, invece, non rimase alcuna traccia.