L'affresco di San Clemente: un fumetto realistico e diretto

Un celebre affresco della fine dell'XI secolo, conservato nella basilica inferiore di San Clemente a Roma, illustra due episodi tratti dalla Passio Sancti Clementis, un testo agiografico composto prima del VI secolo. Le scene rappresentate sono la celebrazione della Messa da parte di san Clemente e il successivo tentativo di arrestarlo.

Nel registro superiore compare Sisinnio, un autorevole dignitario legato all'imperatore Nerva. Insospettito dal comportamento della moglie Teodora, egli la segue segretamente fino al luogo in cui il santo sta officiando la liturgia. Clemente è raffigurato davanti all'altare mentre, dopo avervi deposto il calice e la patena, si rivolge all'assemblea pronunciando il saluto liturgico «Dominum Vobiscum», riportato sul libro aperto che tiene davanti a sé. Nello stesso momento si svolge la processione offertoriale: un uomo e una donna avanzano verso l'altare portando le offerte. Si tratta dei committenti dell'affresco, Beno de Rapiza e Maria Macellaria, riconoscibili grazie all'iscrizione posta ai loro piedi: «Ego Beno de Rapiza cum Maria uxor mea p(ro) amore D(e)i et beati Clementi(s?) p(in)g(e)r(e) f(eci)».

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Sull'altra pagina del volume compare la formula «Pax Domini sit semper vobiscum», che il celebrante pronuncia per invitare i fedeli allo scambio della pace. L'inserimento di queste parole contribuisce a introdurre nella rappresentazione una dimensione temporale precisa. Anche la Passio insiste sulla scansione del tempo narrativo, indicando il momento esatto in cui Sisinnio viene colpito da cecità e sordità improvvise: «At ubi à Clemente episcopo oratio fusa est et collecta et a populo dictum est amen», cioè quando il vescovo ha concluso la preghiera e la colletta e il popolo ha risposto «amen». Nella parte superiore dell'affresco l'uomo è infatti mostrato mentre, privato dei sensi, cerca confusamente una via d'uscita con l'aiuto dei servi e finisce per urtare la moglie.

La narrazione della Passio prosegue poi nel palazzo di Sisinnio, dove Clemente, chiamato da Teodora, lo guarisce miracolosamente. Tuttavia il patrizio, ostinato nella propria incredulità, interpreta l'accaduto come il risultato di pratiche magiche e ordina ai suoi servitori di catturare il santo e condurlo via in catene. Né lui né i suoi uomini si rendono conto che stanno in realtà trascinando una colonna di pietra. Di fronte a questa scena, Clemente pronuncia una frase di ammonimento: «La durezza del tuo cuore è convertita in pietra; e poiché stimi dèi le pietre, hai meritato di trascinare pietre» (vedi testo 1).

Questo episodio occupa il registro inferiore dell'affresco ed è accompagnato da una serie di iscrizioni in latino e in volgare che simulano un dialogo tra i personaggi (vedi testo 2). Tali scritte costituiscono uno dei più antichi esempi di volgare attestato in un documento non letterario. Mentre le parole attribuite a Clemente riprendono fedelmente il testo latino della Passio, le battute in volgare rappresentano un'aggiunta rispetto alla fonte originaria e svolgono una precisa funzione caratterizzante. Attraverso la differenza linguistica viene infatti evidenziata la distanza morale tra i protagonisti: da un lato Sisinnio e i suoi servi — Albertello, Gosmari e Carboncello — che si esprimono in un linguaggio popolare e grossolano; dall'altro il santo, che parla in un latino solenne e autorevole.

Sebbene l'episodio sia ambientato alla fine del I secolo d.C., la scelta di attribuire il volgare ai personaggi pagani è volutamente anacronistica. L'intento è quello di accentuare il contrasto tra la rozzezza spirituale di Sisinnio e la santità di Clemente, tra il mondo pagano e quello cristiano. Alla fine dell'XI secolo, infatti, il volgare non possedeva ancora il prestigio culturale e sociale del latino: era percepito soprattutto come una forma di parlata locale, più vicina al dialetto che a una vera lingua di cultura, e proprio per questo risultava particolarmente efficace nella costruzione di effetti realistici e comici.

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Testo 1: I servi di Sisinnio trascinano una colonna

Sisinnius [ ... ] cepit dicere servis suis, ut tenerent beatum Clementem episcopum. Dicebatautem: Ut ingrederetur ad uxorem meam, et magicis artibus mici cecitatem induxit. Hii autem quibus iusserat ut Clementem ligarent, hoc illis videbatur, quod ipsum constringerent et traherent; hii autem columnas iacentes ligabant et trahebant, nunc deintus foris, nunc deforis intus trahebant. Hoc etiam ipsi Sisinno videbatur, quod sanctus Clemens a servis suis per domus spatia vi(n)ctum traherent. Cui sanctus Clemens ait: Duritia cordis tui in saxa conversa est; utique quia saxa deos extimas, saxa trahere meruisti.

(Passio Sancti Clementis, Da Pasionario Hispánico, a cura di Á. Fábrega Grau, Tomo II, Madrid-Barcelona 1955, p. 42: trascrizione del manoscritto del X secolo proveniente dall'abbazia castigliana di San Pedro de Cardeña conservato al British Museum di Londra)

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Testo 2: Sisinnium incita i servi

Gli studiosi non hanno ancora raggiunto un consenso definitivo sull'attribuzione delle battute in volgare. Rimane infatti aperta la questione se esse debbano essere considerate tutte pronunciate da Sisinnio oppure se vadano lette come gli interventi di un vero e proprio scambio verbale tra il patrizio e i suoi servitori, impegnati a spronarsi reciprocamente durante il faticoso tentativo di trascinare la colonna.

Nel primo caso sarebbe solo Sisinnium a parlare:

Fili dele pute, traite

Gosmari, Albertel, traite!

Fàlite dereto colo palo, Carvoncelle!

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Nella seconda ipotesi andrebbero attribuite a Sisinnium e ai suoi servi:

Sisinnium: "Fili de le pute, traite".

Gosmarius: "Albertel, trai".

Albertellus: "Falite dereto co lo palo, Carvoncelle!"

Sanctus Clemens: "Duritiam cordis vestris, saxa traere meruistis".

 

La traduzione in lingua italiana contemporanea sarebbe:

Sisinnio: "Figli di puttana, tirate!"

Gosmario: "Albertello, tira!".

Albertello: "Mettiti dietro a lui col palo, Carboncello!".

San Clemente: "A causa della durezza del vostro cuore, avete meritato di trascinare sassi".

Nota 1: Fàlite dereto colo palo, Carvoncelle! - Qualunque sia l'interpretazione corretta, appare chiaro che il testo della Passio latina è stato oggetto di un consapevole processo di rielaborazione. Nel trasferimento dall'opera agiografica all'immagine dipinta, le parti caratterizzate da una più immediata efficacia espressiva sono state trasformate e rese in volgare, così da accrescerne l'impatto comunicativo e la vivacità drammatica all'interno della scena.

Sanctus Clemens:

Duritiam cordis v(est)ris

saxa traere meruistis.

 

Nota 2: Duritiam cordis v(est)ris / saxa traere meruistis - La frase attribuita a Clemente, pur derivando direttamente dal testo latino della Passio, presenta nell'affresco alcune significative modifiche. Si osservano infatti due variazioni morfologiche nella flessione nominale (duritiam al posto di duritia e vestris in luogo di vestri), alle quali si aggiunge il passaggio dal singolare originario al plurale nelle forme pronominali e verbali (vestris, meruistis). Quest'ultima scelta amplia il destinatario dell'ammonimento, estendendolo non soltanto a Sisinnio ma anche ai suoi servitori. Dal punto di vista compositivo, l'iscrizione è collocata in una posizione di particolare rilievo. Procedendo nella lettura della scena da destra verso sinistra, essa precede l'incitamento rivolto a Carboncello e si dispone sopra la colonna che i personaggi trascinano con fatica scambiandola per il corpo del santo. Il testo è inoltre racchiuso nello spazio delimitato dai due archi che identificano il palazzo di Sisinnio. Diventa una sorta di didascalia e rimanda al concetto di palatino. La distribuzione grafica delle parole rivela una ricerca formale accurata: l'iscrizione è organizzata in due gruppi simmetrici, con identica composizione delle lettere, per rafforzarne l'evidenza visiva all'interno della composizione e scandirne il ritmo narrativo.

Articolo di Marco Feo


 

Per ulteriori approfondimenti: S. Romano, Commedia antica e sacra rappresentazione. Gli affreschi con "Storie di San Clemente" nella Basilica inferiore di San Clemente a Roma, in Figura e racconto. Figure et récit. Narrazione letteraria e narrazione figurativa in Italia dall'Antichità al primo Rinascimento, atti del Convegno (Losanna 2005), a cura di G. Bucchi, l. Foletti, M. Praloran, S. Romano, Firenze 2009.