Buco²
Øyvind Torseter
Traduzione dal norvegese di Alice Tonzing
2026 Beisler editore
I libri con i fori esistono da parecchi anni, indirizzati in particolare al pubblico più giovane, in età prescolare. Il primo a idearli fu Bruno Munari, artista e designer italiano, uno dei più importanti e poliedrici creativi del secondo novecento. Tra le mille attività e creazioni di questo eterogeneo artista ci furono anche i “Prelibri”. Una dozzina esatta di libretti quadrati (di 9,7 cm di lato) realizzati ognuno con un materiale diverso: cartoncino, compensato, spago, ciuffi di peluche, stoffa, spugna. Alcuni con pagine plastificate, altri con pagine trasparenti, altri ancora dotati di fogli rilegati con punto metallico oppure con la spirale, un bottone o un’asola, come fossero un vestito. E naturalmente buchi. L'idea era venuta all'autore dovendo comprare dei libri per suo figlio e rendendosi conto che non esistevano pubblicazioni pensate appositamente ed esclusivamente per i bimbi più piccoli. Al massimo esistevano libri per adulti che li leggevano ai più piccoli. Nell'idea di Munari i libri per gli infanti dovevano essere attivi, da toccare, accarezzare, guardare e rigirare tra le mani in maniera autonoma. Piacevoli da scoprire e osservare con tutti i sensi. E… anche se può sembrare banale ma fino ad allora così scontato non lo era stato affatto, non dovevano avere parole (che ovviamente non servono a chi non sa ancora leggere).

In seguito, tra il 1949 e il 1952, Munari inventò anche i “Libri illeggibili”. Furono presentati alla libreria Salto di Milano l’11 febbraio del 1950 e ora sono esposti al MoMa di New York come vere e proprie opere d’arte. Sono pezzi unici o riprodotti in piccole tirature, “scritti e illustrati” senza l'uso di parole ma giocando con linee, colori, fogli strappati e fogli trasparenti, fili di cotone e altri materiali. E soprattutto buchi.
Fu lo stesso autore a descriverli con queste parole: "Questi libri comunicavano qualcosa attraverso la natura della carta, lo spessore, la trasparenza, il formato delle pagine, il colore della carta, la texture, la morbidezza o la durezza, il lucido e l'opaco, le fustellature e le piegature."

I libri con I buchi, oggi chiamati anche silent book, sono progettati per stimolare la creatività dei più piccoli, educandoli all'immagine. In Italia una delle case editrici specializzata in queste edizioni è la Coccinella di Milano che da oltre quarant'anni produce queste bellissime pubblicazioni colorate e fantasiose per i bimbi. Dei veri oggetti da esplorare.
La casa editrice Beisler di Roma ha da poco pubblicato il nuovo volume del norvegese Øyvind Torseter intitolato “Il buco²”. Avevamo già lodato il lavoro intelligente e sperimentale di questo illustratore in un articolo che potete andare a leggere a questo link. La qualità della sua narrazione e la freschezza della sua ricerca si rinnova con questo simpatico lavoro intitolato “Il buco2”.

La prima domanda che mi sono posto guardando la copertina del libro è stata: perché buco al quadrato? Un buco è tridimensionale, quindi dovrebbe essere al cubo. In effetti, da un punto di vista geometrico, il buco è un volume molto particolare: è un solido vuoto. Il più famoso dei buchi è forse il “buco nero” che per gli astrofisici è gli scrittori di fantascienza, è un corpo celeste con un campo gravitazionale così intenso che dal suo interno non può uscire nulla, nemmeno la luce. Infatti non è osservabile direttamente.
Insomma un buco è vuoto per definizione (anche se a volte può contenere un ragno, quello che i più pignoli si ostinano a voler cavare). Quindi si può intendere solo perchè vi è qualcosa attorno.
Credo che sia da questa dualità contrapposta che sia partito Øyvind Torseter, per strutturare il suo racconto e suggerire la chiave di lettura del titolo. L’autore si diverte a raccontare una storia che contemporaneamente raddoppia, ovvero una storia, appunto, al quadrato.
Partendo da un semplicissimo forellino circolare praticato al centro del volume, che attraversa da parte a parte tutte le pagine, Øyvind Torseter conduce il divertito e sorpreso lettore alla ricerca di un buco che è fuggito da un laboratorio di ricerca scientifica. Quel foro, ogni volta che si volta pagina, diventa il buco di un cartellino, il buco in cui infilare le stringhe delle scarpe, il buco del gruviera, lo spioncino di una porta, la tana di un topo, un tubo e molti altri vuoti. Ma, dato che un vuoto è tale solo se circondato da un pieno, ecco che quel foro diventa anche una mela sull’albero, una pallina da tennis, la luce di un semaforo, il sole e la luna… la descrizione della città attraverso la quale il protagonista si muove per cercare il suo buco smarrito. Assenza e presenza. Foro e contorno.

L'idea, divertente e surreale, della fuga di un buco mi ha ricordato il bizzarro racconto di Gianni Rodari intitolato “Il naso che scappa”1. Una vicenda fantastica ambientata a Laveno, sul Lago Maggiore. E un lago non è forse un buco pieno d'acqua?
Ma se ci sono i buchi spesso ci sono anche coloro che li vogliono tappare. Come "Il Tappabuchi", una trasmissione comica andata in onda nel 1967, con la regia di Vito Molinari e condotta da due geni della risata come Corrado e Raimondo Vianello. Scritto da Giulio Scarnicci e Renzo Tarabusi, il programma, in apparenza senza scaletta, mescolava in maniera frizzante sketch, balletti e quiz. Nella trasmissione vi era anche la candid camera di Nanni Loy girata in varie città italiane.
Articolo di Masco Mor
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Note:
1“Il naso che scappa” in Favole al telefono, Gianni Rodari, edizioni Einaudi, 1962.










