Vlad III di Valacchia era vegetariano?

È possibile che Vlad III di Valacchia, meglio conosciuto come Vlad Tepes, abbia sofferto di emolacria, una rara condizione caratterizzata dalla presenza di sangue nelle lacrime. Chi ne è affetto può produrre lacrime soltanto leggermente arrossate oppure, nei casi più estremi, composte in gran parte da sangue. L’emolacria può essere associata a diverse patologie e, in alcuni casi, può rappresentare un segnale di neoplasie dell’apparato lacrimale. Più frequentemente, tuttavia, può essere provocata da condizioni locali, come infezioni batteriche della congiuntiva, traumi, ferite o l’esposizione a determinati agenti presenti nell’ambiente. Più raramente, è stata associata anche alla tubercolosi.

Un interessante studio di biologia molecolare, pubblicato nell’agosto del 2023 sulla rivista scientifica Analytical Chemistry, ha analizzato alcune tracce biologiche lasciate sulle lettere di Vlad III. La ricerca è stata condotta da un gruppo di studiosi del Dipartimento di Scienze chimiche dell’Università di Catania, tra cui Maria Gaetana Giovanna Pittalà e Vincenzo Cunsolo. Gli scienziati hanno applicato una tecnica di paleoproteomica, cioè un metodo di analisi che permette di studiare le antiche tracce biochimiche conservate nei reperti archeologici.

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Conte Dacula - Il papero vampiro vegetariano protagonista del cartone animato inglese “Count Duckula” (in Italia noto come “Conte Dacula”)

In particolare, sono stati esaminati i residui di proteine presenti su tre lettere autografe scritte da Vlad III di Valacchia, il nobile e condottiero rumeno vissuto nel XV secolo che, secondo la tradizione, contribuì a ispirare Bram Stoker nella creazione del personaggio di Dracula. I risultati della ricerca hanno attirato l’attenzione dei media soprattutto per alcune ipotesi formulate dagli stessi ricercatori. Tra queste vi è la possibilità, sottolineata con molte precauzioni e senza poterla considerare una conclusione certa, che Vlad III avesse seguito una dieta priva di carne, forse a causa delle condizioni di vita e della limitata disponibilità di alimenti dell’epoca. Data l’età e lo stato dei reperti, i dati devono naturalmente essere interpretati con grande cautela. Lo studio, tuttavia, ha suscitato interesse non soltanto per le sue possibili implicazioni sulla vita di Vlad Tepes, ma anche per le potenzialità della metodologia utilizzata.

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Lettera di Vlad III - (American Chemical Society, agosto 2023)

Le tre lettere prese in esame risalgono rispettivamente al 1457 e al 1475, con due documenti appartenenti a quest’ultimo anno. Dalle loro superfici sono state recuperate e analizzate migliaia di peptidi, ovvero strutture formate dall’unione di almeno due amminoacidi e alla base della costituzione delle proteine. Tra le molecole che presentavano caratteristiche di deterioramento compatibili con un’età superiore ai cinque secoli, circa un centinaio risultava certamente di origine umana, mentre circa duemila era riconducibile all’ambiente circostante.

L’interpretazione di queste tracce ha fornito elementi che potrebbero essere compatibili con alcuni racconti riguardanti Vlad III. Tra le ipotesi emerse vi è infatti quella secondo cui, negli ultimi anni della sua vita, il sovrano potrebbe aver sofferto di emolacria. Le analisi sembrano inoltre suggerire la presenza di processi infiammatori che avrebbero interessato le vie respiratorie e la pelle.

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Gli studiosi ritengono che, nonostante le lettere siano state probabilmente toccate da altre persone nel corso della loro storia, una parte significativa delle proteine umane più antiche possa essere associata proprio a Vlad III, essendo egli l’autore e il firmatario dei documenti. La ricerca ha però permesso di ottenere informazioni anche sull’ambiente in cui visse. L’identificazione di migliaia di peptidi non umani, riconducibili a batteri, virus e funghi, ha infatti consentito di formulare ipotesi sulle condizioni ambientali della Valacchia nella seconda metà del XV secolo.

Si trattava di una regione storica corrispondente in larga parte all’attuale Romania meridionale e, in quel periodo, interessata da condizioni climatiche particolarmente fredde, all’interno di una fase di forte raffreddamento che coinvolse l’Europa. La posizione geografica della Valacchia la rendeva inoltre un importante crocevia per soldati, mercanti e schiavi provenienti da diverse aree dell’Europa e del Medio Oriente. La presenza di queste popolazioni favoriva inevitabilmente gli scambi commerciali e culturali, ma poteva anche facilitare la diffusione di agenti patogeni, malattie ed epidemie.

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A recuperare le tre lettere dagli archivi della città rumena di Sibiu fu Gleb Zilberstein, scienziato israeliano di origini kazake. Due dei documenti risultavano conservati in condizioni particolarmente buone. Secondo Zilberstein, le molecole proteiche possono offrire informazioni molto preziose perché, rispetto al DNA, sono generalmente più resistenti nel tempo e possono conservare indicazioni relative all’ambiente, alla salute, alle abitudini quotidiane e all’alimentazione della persona alla quale erano associate.

Uno degli aspetti che colpì maggiormente Zilberstein fu proprio la mancata individuazione, nei campioni analizzati, di proteine alimentari di origine animale. I risultati sembravano invece mostrare molecole compatibili con alimenti di origine vegetale, come frutta e verdura. Dalle lettere sono emerse anche tracce di batteri normalmente presenti nella flora intestinale umana, insieme ad altri microrganismi responsabili di infezioni intestinali e urinarie. Tra i reperti biologici identificati compariva inoltre Yersinia pestis, il batterio responsabile della peste.

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L’analisi ha fornito anche altri indizi relativi all’ambiente circostante. Sono state infatti individuate molecole riconducibili a moscerini della frutta, virus trasmessi da zecche e zanzare e diverse tipologie di muffe associate alla frutta in decomposizione. L’insieme di queste tracce contribuisce a delineare un quadro biologico piuttosto articolato del contesto nel quale Vlad III visse.

Secondo l’interpretazione proposta da Zilberstein, questi risultati potrebbero essere compatibili con una dieta composta principalmente da frutta e verdura e priva di carne. Una simile alimentazione, tuttavia, non sarebbe necessariamente stata frutto di una scelta personale. Potrebbe essere stata determinata dalle condizioni climatiche particolarmente rigide dell’Europa del XV secolo e dalla conseguente difficoltà nel reperire alimenti ricchi di proteine nella Valacchia dell’epoca.

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Da qui nacque anche l’ipotesi, destinata a suscitare particolare curiosità, secondo cui il personaggio storico che contribuì a creare l’immaginario del vampiro moderno potrebbe essere stato, almeno in senso alimentare, vegetariano o addirittura vegano. Zilberstein sottolineò però che ciò non avrebbe avuto alcuna relazione con motivazioni etiche: Vlad avrebbe potuto semplicemente essere costretto a seguire una simile alimentazione da ragioni di salute o dalla mancanza di alternative. Secondo quanto osservato dai bioarcheologi, inoltre, la dieta degli aristocratici europei dell’epoca poteva essere tutt’altro che ricca e il consumo di carne non era necessariamente frequente.

Alla base di questa ricerca vi è la paleoproteomica, una disciplina che sfrutta la relativa resistenza delle proteine alla degradazione. Rispetto al DNA, infatti, le proteine possono conservarsi per periodi molto più lunghi e, in condizioni favorevoli, mantenere tracce utili anche per milioni di anni. Da circa vent’anni alcuni gruppi di ricerca utilizzano tecniche proprie della proteomica per studiare opere d’arte, reperti archeologici e resti antichi, ampliando considerevolmente le possibilità di indagine della paleoproteomica.

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Carletto, il principe dei mostri è un manga di Fujiko Fujio. È stato pubblicato da gennaio 1965 a maggio 1969 da Shōnen Gahōsha sulle pagine di Shonen King e successivamente raccolto in 15 volumi tankōbon. E' divenuto poi il protagonista di una serie animata.

Questo tipo di approccio ha già prodotto risultati interessanti in diversi ambiti. Un lungo articolo pubblicato dal New Yorker nel 2018 aveva illustrato alcune delle applicazioni della disciplina. Attraverso analisi di questo genere, per esempio, è stato possibile individuare sottilissimi residui di colla di pesce su alcune sculture religiose risalenti al XVII secolo e persino identificare denti da latte umani all’interno di fosse contenenti resti fossili del Neolitico.

Nonostante le sue potenzialità, la proteomica presenta però ancora numerose difficoltà. I risultati possono essere condizionati dallo stato di conservazione dei reperti, dalla fragilità dei materiali e dagli eventuali danni provocati dalle procedure di campionamento. A questo si aggiunge il fatto che i database utilizzati per confrontare e identificare le proteine antiche non sono ancora completi. Le proteine conservate nei reperti, inoltre, possono essere state profondamente alterate dal tempo, aumentando il rischio di interpretazioni errate e di falsi positivi o falsi negativi.

La paleoproteomica rappresenta quindi un campo di ricerca estremamente affascinante, capace di offrire nuove informazioni sulla vita, sulla salute, sull’alimentazione e sull’ambiente delle popolazioni del passato. Allo stesso tempo, si tratta di una disciplina ancora in fase di sviluppo, che necessita di ulteriori studi e di applicazioni sistematiche, soprattutto nell’ambito della ricerca archeologica.

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Nino Ferrato il vampiro vegetariano, fumetto di Marco Feo, edito dallo Sciacallo Elettronico.

Articolo di Masco Mor

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