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Profondo nero

Dylan Dog 383

Agosto 2018

Testi di Dario Argento e Stefano Piani, disegni di Corrado Roi

Uno dei miei hobby preferiti, nato da una grande passione che per fortuna si è trasformata in un lavoro (quello del fumetto intendo), è quello di girare per edicole. Conosco e ricordo l'ubicazione di tutte le edicole che ho visto nelle città italiane ed estere che ho visitato. Ricordo la forma del chiosco, le modalità espositive scelte dal giornalaio, le particolarità che differenziano un'edicola dall'altra, e naturalmente il fumetto che ho comprato in quel luogo. Questa mia anomala passione mi ha permesso, purtroppo, di accorgermi che negli ultimi anni lo spazio dedicato ai fumetti nelle edicole italiane è sempre più esiguo. Segno che sempre meno gente legge storie di vignette e balloons, e probabilmente non legge nient'altro. C'è da chiedersi cosa faccia il popolo italiano visto che, stando alle statistiche, si legge di meno, la televisione generalista non la guarda più nessuno, le sale cinematografiche sono in crisi e diminuisce pure la natalità. Tornando alle nostre edicole e ai loro esigui spazi, in questa situazione di crisi le case editrici sono costrette a trovare i sistemi più insoliti e bizzarri per attrarre l'attenzione del lettore.

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Sugli scaffali delle edicole nell'agosto di quest'anno è comparso un albo della Sergio Bonelli editore caratterizzato dalla copertina argentata. L'idea promozionale non è certo nuova, lo è però per questa casa editrice. Negli anni novanta, soprattutto i fumetti americani, inflazionavano il mercato con fumetti sgargianti dalle copertine realizzate con strabilianti effetti metallici, glitter o a rilievo, che scatenarono inizialmente una corsa spasmodica dei collezionisti alla ricerca della cover più prestigiosa, ma finirono per allontanare i veri lettori.

Nel caso dell'albo citato sopra la copertina invece è proprio bella, non solo per l'effetto metallico ma soprattutto perché il suo illustratore ha saputo sfruttare il riflesso argento in maniera intelligente: il “vuoto” diventa “pieno” e si bilancia perfettamente con gli altri elementi del disegno dipinto in digitale. L'autore è Gigi Cavenago, che sicuramente al monitor del suo computer non poteva vedere l'effetto finale di ciò che sarebbe stato stampato con quella particolare pellicola, ha giocato sapientemente con gli elementi della sua pittura digitale, passando, nella stessa immagine, da un accorto bilanciamento cromatico, quasi bizantino per la sua preziosità, ad una linea libera e sinuosa che ricorda le forme dell'Art Noveau, ad effetti pop più legati alla grafica degli anni '80, il tutto avvolto in una profondità plastica e coinvolgente. A mio parere Gigi Cavenago, insieme a Claudio Villa, sono i migliori copertinisti al momento attivi nella scuderia Bonelli. Le immagini dei loro albi sono talmente belle da meritare, quasi da sole, l'acquisto del fumetto: Dylan Dog per il primo, Tex per il secondo.

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Il motivo dell'effetto metallizzato sulla copertina di questo numero 383 di Dylan Dog non è casuale. La copertina è realizzata in argento perché la storia è stata scritta nientepopodimeno che da Dario Argento, validamente supportato da Stefano Piani che ben conosce carattere e movenze dell'indagatore dell'incubo. Il gioco di parole (argento – Argento) è una strategia di marketing e non è l'unica ad apparire sulla copertina: il titolo infatti, parafrasando il più famoso film del maestro dell'horror italiano, è “Profondo nero”.

Ho avuto la fortuna ed il piacere di conoscere Dario Argento di persona (come regista ovviamente lo seguivo da tempo attraverso le sue pellicole), molti anni fa quando frequentavo l'Accademia di Belle Arti a Brera. Argento venne a trovare gli studenti in un incontro in cui raccontò, in maniera simpatica e coinvolgente, le sue visioni e i suoi incubi. Di quei racconti ne ricordo ancora alcuni. Ad esempio raccontava che c'era stato un periodo della sua vita in cui aveva desiderato suicidarsi, buttandosi dalla finestra di casa sua. Per resistere a questi raptus che ogni tanto lo coglievano, aveva spostato di fronte alla finestra della sua stanza i mobili dell'appartamento; in questo modo, ci diceva il regista, nel momento di crisi, prima di riuscire a spostare tutti quegli armadi, sarebbe passato l'impulso negativo. Ci spiegava, attraverso questo aneddoto, come la realtà che noi percepiamo sia continuamente mutevole, sia dentro che fuori di noi, e vada quindi osservata con il necessario distacco.

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Rispondendo poi ad una domanda di uno degli studenti, Argento fece una bellissima riflessione sul concetto di pornografia, ovvero su cosa sia il bene e cosa il male, ovvero il valore di un'opera. Ci spiegò come, secondo lui, la pornografia non è solo qualcosa che ha a che fare con il sesso. Il concetto si può applicare a qualsiasi forma di racconto, a qualsiasi forma di espressione caratterizzata da differenti tematiche (horror, fantascienza, western, altro... ) in cui ciò che ci viene proposto è assolutamente gratuito. In un film ad esempio scene splatter, di sangue e massacramenti vari, sono pornografici se non stanno raccontando nulla; se il regista li utilizza solo per sperare di fare botteghino, illudendosi di catturare l'attenzione e il biglietto del pubblico. Alla lunga questo atteggiamento non funziona. Il pubblico si stanca presto. Se invece in un racconto (film, fumetto, romanzo, teatro, ecc...) ogni cosa, anche se forte ed efferata, ha un proprio ruolo nell'economia di ciò che viene narrato, essa assumerà un preciso significato maieutico.

Profondo nero” è un perfetto episodio della sede dell'indagatore dell'incubo, segno che nella sceneggiatura Stefano Piani ha avuto un ruolo molto importante per saper gestire e muovere i personaggi rispettando le loro caratteristiche. Ma questo episodio di Dylan Dog è anche un perfetto esempio della narrazione di Dario Argento, prestata in questo caso dalla celluloide alla carta. Non a caso la storia si dipana fra l'ambiguità di orrore, giallo, sesso e violenza, con continui ribaltamenti di scena, svolte nella narrazione, variazioni del punto di vista, catturando nella magia della narrazione il lettore, per trascinarlo attraverso l'orrore della catarsi del racconto, fino alla fine dell'albo.

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Bellissimi anche i dialoghi, soprattutto le battute dell'immancabile Groucho. Con le sue assurde barzellette, i suoni non-sense linguistici, i giochi di parole surreali, Groucho sa rendere questa triste vita più facile di essere vissuta, trasforma la nostra noiosa e tragica quotidianità in qualcosa di straordinario, tanto irreale che spesso è lo stesso protagonista, stufo del turpiloquio sgangherato del suo aiutante, a cacciarlo via, per rimanere solo a riflettere sul caso su cui sta indagando, lui che di vera realtà si deve occupare: zombie, vampiri e streghe mannare. Groucho non è una semplice spalla creata da Tiziano Sclavi e poi portato avanti dagli autori di Dylan Dog che ne hanno preso la penna. Groucho è l'elemento di rottura nel rapporto di credulità che si instaura tra il lettore e l'autore, è tanto assurdo e comico proprio perché ci suggerisce che questa vita da incubo (quella reale) in fondo non dev'essere presa troppo sul serio. Che Tiziano Sclavi giochi proprio sul rapporto di sospensione della realtà è dimostrato dal fatto che è sempre Groucho, alla fine dell'avventura, a lanciare al momento giusto la pistola con cui Dylan Dog ucciderà l'assassino di turno.

Confrontate Groucho con tutti gli altri personaggi della scuderia Bonelli, pur nella finzione del loro mondo, gli altri sono tutti decisamente più reali e credibili. Ad esempio Tex con il suo fido Carson: i due rangers insieme possono decimare una banda di scatenati bandoleros senza scaricare mai i loro Winchester, chiacchierando amorevolmente su come sarebbe meglio stare di fronte ad una bistecca alta due dita e ad un boccale di birra fresca con tanta schiuma; Zagor invece può sgominare una banda di decine di avversari solo con i sui pugni, gettarsi da albero ad albero come farebbe Tarzan, o costruirsi in pochi secondi una micidiale scure con una pietra di fiume, un semplice ramo e dello spago che porta sempre con sé, decorarne il manico prima di scagliarla in maniera precisa e micidiale contro l'avversario di turno. Sono evidentemente delle finzioni, ma noi lettori siamo pronti ad accettarle per immergerci nella magia del racconto. Dylan Dog fa un uso decisamente più “poetico” del suo ruolo: i suoi comportamenti, i suoi incubi, i suoi avversari sono metafore della vita contemporanea. Non le accettiamo semplicemente per identificarci con il personaggio (per quanto chi non si calerebbe con piacere nei panni di un affascinante playboy come Dylan?). Le dissertazioni di Groucho sono un modo per ridere in faccia al dolore di questo mondo, e poterlo affrontare più serenamente. Una certa ironia, a volte più celata e tenebrosa, altre volte più sfacciata e beffarda, è sempre presente nelle storie dell'indagatore dell'incubo: bellissima ad esempio la pagina numero 23 di questo episodio, in cui Dylan deve vedersela con l'insensata burocrazia della nostra società, mostro di fronte al quale non può che soccombere. E quanti di noi rileggendo quelle vignette avranno pensato: “è proprio vero, è proprio così, è successo anche a me!”

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Dylan Dog non è un fumetto horror, o non è solo un fumetto horror. Utilizza l'orrore come strumento per affrontare e raccontare la vita. Quando i suoi autori lo capiscono si salvano dal pericolo di fare della pornografia.

In questo caleidoscopio magico di trasposizione registica da pellicola a carta, chi poteva occuparsi di luci e fotografia se non uno dei più allucinati visionari disegnatori della serie ambientata a Craven Road, ovvero Corrado Roi? Caratterizzato da un segno sempre più sintetico ed efficace, il tenebroso disegnatore utilizza i suoi neri, i suoi bianchi, i suoi grigi, i segni graffiati sulla carta, interpretando in maniera molto personale il personaggio inventato da Tiziano Sclavi, sapendo concretizzare visivamente i turbamenti e le ossessioni del racconto di Dario Argento.

Articolo di Marco Feo

Il copyright è di Sergio Bonelli editore e dei rispettivi detenenti diritti.


 Ulteriori approfondimenti:

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Egon Schiele – Eros e Thanatos

Di Xavier Coste

All'inizio del '900 l'Europa è tormentata da gravi conflitti politici e sociali che sfoceranno nella prima guerra mondiale. L'epoca fiorente e spensierata della Belle Epoque è finita. Fra i paesi più attivi per quanto riguarda la produzione artistica e culturale vi è sicuramente l'Austria, caratterizzata da un movimento artistico, quello della Secessione viennese, che farà da spartiacque e trampolino di lancio per le nuove forme d'arte, tra cui l'Espressionismo. A Vienna vivono grandi protagonisti dell’ambiente culturale dell'epoca: il compositore Gustav Malher, il neurologo e psicanalista Sigmund Freud. Tra i giovani pittori che muovono i loro primi passi nella Vienna di quegli anni, troviamo Egon Schiele: proviene da una famiglia borghese che ha previsto per lui una carriera professionale nel settore delle ferrovie, come tradizione di famiglia; il padre, purtroppo morto giovane, era capostazione. Ma Egon non ci sta. L'infanzia e l'adolescenza passati chiusi in casa o in un locale della stazione lo hanno annoiato a morte. Egon ha un carattere ribelle. L'unica forma di fuga e di consolazione per lui è il disegno, nel quale riesce a calmarsi, a trovare una ragione di vita. Per questo convince la madre e il tutore ad iscriverlo all'Accademia di Belle Arti, passaggio obbligato in quegli anni per la carriera di un artista. L'Accademia non solo insegnava le basi tecniche e artistiche ma educava verso precise scelte stilistiche, per poi introdurre gli studenti migliori nel mondo professionale dell'Arte, attraverso i premi (la più celebre borsa di studio era senz'altro il Prix de Rome), i saloon e le gallerie d'arte. Ma nuovamente Egon non ci sta. Il suo carattere non si adatta a quel mondo strutturato e prestabilito. Il suo animo si rivolta alle consuetudini, alla cultura perbenista borghese, ai finti valori preconfezionati e finisce con il farsi cacciare da scuola. Questi comportamenti irruenti e rivoluzionari lo allontanano dalla famiglia a cui si sente sempre meno legato, ma anche dagli aiuti economici che il suo tutore gli elargiva. Egon reagisce alla situazione tuffandosi in un mare di bruschi ed incerti sentimenti. Abile adulatore e conquistatore, cerca nel mondo femminile solo momenti di svago, senza sapere, o volere, costruire un affetto duraturo, correndo fra gli abbracci di svariate amanti, che finisce puntualmente per tradire per nuove avventure, spesso riportate sulla carta dei suoi disegni o sulla tela dei suoi dipinti. Grande intrattenitore con gli amici, appassionato dell'eleganza (ruba i vestiti dall'armadio del padre non avendo i soldi per comprarsene di nuovi), ama farsi ammirare, desiderare, ben volere. Ma la sua visione del mondo è invece aspramente pessimistica, contorta, inquieta (rispecchiandosi nella visione di molti suoi contemporanei come l’austriaco Oskar Kokoschka, o i tedeschi Ernst Ludwig Kirchner, Max Pechstein, Karl Schmidt-Rotthluff, Eric Heckel, Emil Nolde principali esponenti dell'avanguardia artistica dell'Espressionismo).

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In aiuto del giovane Schiele interviene uno dei più importanti esponenti della Secessione viennese, nonché artista apprezzato e benvoluto dalla società viennese: Gustav Klimt. Non sappiamo esattamente come si siano conosciuti i due pittori (probabilmente nei caffè che entrambi frequentavano) ma è indubbio che fra i due si instauri un forte legame. Klimt vede nel giovane delle grandi potenzialità artistiche, anche se ancora acerbe e da incanalare in un percorso di maturazione, e decide di aiutarlo. Egon ammira Klimt, inizialmente lo copia, lo prende a modello poi, pian piano lo considera come una sfida da superare. I due rimangono vicini fino alla morte di Klimt, di cui Schiele ci lascia moltissimi ritratti.La carica trasgressiva, rivoluzionaria, erotica e irriverente di Schiele non viene inizialmente accettata, ne dal mondo dei galleristi, ne dalla morale comune, tanto che il giovane pittore finisce addirittura in carcere a causa delle sue immagini che vengono considerate pornografiche. È una durissima prova la prigionia per il pittore (rimane in carcere per ventiquattro giorni) a cui si aggiungono le crisi amorose, i problemi economici, lo scoppio della prima guerra mondiale (Schiele ha la fortuna di essere impiegato come guardia di una prigione e non viene mandato in trincea, per cui non vive direttamente sulla sua pelle le atrocità della prima linea, eppure questa esperienza lo segna profondamente). Egon si considera una vittima della società. Quando finalmente la fortuna sembra sorridere al pittore austriaco (sta per avere un figlio e inizia ad avere un certo successo economico grazie alla sua pittura) la febbre spagnola che devasta l'Europa all'inizio del XX secolo colpisce inesorabile prima la moglie incinta e poi lui. Egon muore a soli 28 anni (il 31 ottobre 1918) lasciando un vuoto incolmabile, un patrimonio artistico inespresso e inevitabilmente perduto.

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Egon Schiele è un pittore maledetto, non capito dalla società in cui vive e incapace di adattarsi ad un mondo che gli appare estraneo. Il disegno per Egon Schiele, così come per molti altri artisti (pensiamo ad esempio a Van Gogh), è fuga dalla realtà, e allo stesso tempo difesa e bisogno espressivo. Incapace di amare e farsi amare profondamente, Egon cerca attraverso il disegno di urlare il suo bisogno di affetto, di esorcizzare i suoi dolori e le sue inquietudini.Da Klimt coglie una raffinata capacità grafica e decorativa che applica però per lo più a figure di nudo, di cui esaspera la forte carica erotica portandola al limite dell'accettazione emotiva.Una linea incisiva, netta, a tratti spigolosa, la sua, quasi tracciata con del filo spinato, ma sempre capace di trovare un equilibrato gioco grafico e pittorico, pur se ridotto al minimo comune denominatore del segno. Nelle tele di Schiele la linea sinuosa ed elegante di Klimt si trasforma in un drammatico incastro di forme taglienti e di ferite nervose; i colori brillanti, quasi bizantini dell’artista della Secessione, si riducono a monocromi cupi, lividi, materici, accentuando il senso di disperazione che caratterizza i quadri di Egon.

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Il racconto a fumetti “Egon Schiele – Eros e Thanatos” tradotto e pubblicato in Italia dalle Edizioni White Star, termina con la morte del pittore. Le ultime vignette del libro si chiudono con le ultime parole di Egon, quando si rende conto ormai di essere inevitabilmente perduto: "Ho perso la mia ragione di vita. L'unica che abbia mai contato davvero”. Xavier Coste, autore di testi e disegni del volume, riesce a raccontarci Egon Schiele non soffermandosi solo agli aspetti biografici e sugli aneddoti della sua breve vita, cerca, e ci riesce, di entrare nelle forme di quel disegno, nelle pieghe strazianti di un animo sofferente, specchio di un epoca in forte crisi. Il fumettista (che sicuramente apprezza ed ama la tecnica di Schiele) adotta un segno grafico e una tecnica di colorazione digitale che si avvicinano allo stile del pittore austriaco, rendendogli omaggio, asservendosi al racconto, ma senza divenire una sterile ed inutile operazione di clonazione. Nelle vignette compare la pennellata sporca, il segno graffiato, netto, il non finito ma anche quel gusto compositivo e grafico frutto di una grande sapienza e dote artistica che sicuramente Egon aveva prima copiato, e poi ereditato, dal suo nume e protettore Gustav Klimt.Egon Schiele è un artista maledetto forse, che ha saputo comunque regalare al mondo dell'arte un'esperienza fondamentale di grande potenzialità espressiva. Xavier Coste ne ha realizzato un grande omaggio, attraverso un racconto che cerca di svelarne tutte le emozioni e i sentimenti di una stagione inquieta. Assolutamente consigliato per tutti.

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Titolo originale: Egon Schiele - Vivre et mourir© Casterman,

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